Una nota di Pier Paolo Pasolini

Apparsa sul Il Reporter del 19 gennaio 1960, col titolo “La comicità di Sordi, gli stranieri non ridono”, questa interessante nota di Pier Paolo Pasolini sembra, al solito, capace di una penetrazione psicologica straordinaria. Riproduco qui sotto la nota per intero,  a seguire un breve commento.

Dicono che, finora, Alberto Sordi non abbia avuto successo all’estero: può darsi che il successo venga, presto, e che questa situazione sia smentita da una inaspettata «scoperta» (e l’auguro all’attore): comunque non si può non meditare su questo fatto. Alberto Sordi è stato quest’anno al centro del cinema italiano: c’era Alberto Sordi nei Magliari, c’era Alberto Sordi nella Grande guerra, c’era Alberto Sordi nel Moralista, c’era Alberto Sordi in altri tre quattro filmetti di cassetta (vedi Costa Azzurra); in gran parte della produzione italiana c’era Alberto Sordi. E ci sarà. In questo momento la comicità nazionale coincide in gran parte con quella di Sordi. Totò e Fabrizi invecchiati e cadenti, gli altri quasi tutti fuori moda (a parte, più aristocratico, il caso di Eduardo De Filippo), è Sordi che ha il monopolio del riso. Ma all’estero non fa ridere. Bisognerà pur chiederci il perché.
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Vediamo un po’: in fondo il mondo della Magnani è, se non identico, simile a quello di Sordi: tutti due romani, tutti due popolani, tutti due dialettali, profondamente tinti di un modo di essere estremamente particolaristico (il modo di essere della Roma plebea ecc.). Eppure la Magnani ha avuto tanto successo, anche fuori d’Italia: il suo «particolarismo» è stato subito compreso, è diventato subito, come si usa dire, universale, patrimonio comune di infiniti pubblici. Lo sberleffo della popolana di Trastevere, la sua risata, la sua impazienza, il suo modo di alzare le spalle, il suo mettersi la mano sul collo sopra le «zinne», la sua testa «scapijata», il suo sguardo di schifo, la sua pena, la sua accoratezza: tutto è diventato assoluto, si è spogliato del colore locale ed è diventato mercé di scambio, internazionale. È qualcosa di simile a quello che succede per i canti popolari: basta trascriverli, aggiustarli un po’, toglierci la selvatichezza e l’eccessivo sentore di miseria, ed eccoli pronti per lo smercio a tutte le latitudini.
Alberto Sordi, no. Parrebbe intraducibile. Lo si direbbe un canto popolare che non si può trascrivere. Ce lo vediamo, ce lo sentiamo, ce lo godiamo noi: nel nostro mondo «particolare».
Ma di che specie è il riso che suscita Alberto Sordi? Pensateci bene un momento: è un riso di cui un po’ ci si vergogna. E il massimo di questo senso di vergogna viene raggiunto, (ricordate?), nella risata angosciosa e un po’ isterica che Sordi strappa al pubblico nei due episodi dei Magliari in cui vende la mercé della povera ingenua gente tedesca, per di più colpita dal lutto. E vero che il «magliaro» è stata la più brutta interpretazione di Sordi: e non si capisce come egli sia così sfuggito di mano a un regista di buon gusto, anzi, di gusto raffinato, come è Rosi. Tuttavia, appunto perché è la più brutta, questa interpretazione può essere presa ad esempio, perché, nel suo eccesso, mostra con chiarezza l’intelaiatura della comicità di Sordi: è la comicità che nasce dall’attrito, con la variopinta e standardizzata società moderna, di un uomo il cui infantilismo anziché produrre ingenuità, candore, bontà, disponibilità, ha prodotto egoismo, vigliaccheria, opportunismo, crudeltà. Alberto_Sordi_I_vitelloni_bisÈ una deviazione dell’infantilismo. E quando uso questa parola, la uso in senso clinico (il lettore mi perdoni), nel senso che le danno gli psichiatri; la uso cioè molto seriamente. Il referto dei medici su Proust era, per esempio, infantilismo. L’infantilismo presiede a qualsiasi operazione artistica moderna, è il dio del decadentismo: cioè della grande arte borghese di questo ultimo secolo. Anche la comicità rientra in questo enorme schema fenomenologico. Da Charlot a Tati, per citare solo i grandi, i personaggi comici sono in realtà dei bambini (e ricordate pure Pascoli: ne siete storiograficamente autorizzati), bambini cresciuti, magari allampanati, magari pelati, ma sostanzialmente bambini: o, che sarebbe lo stesso, poeti. Anarchici, giramondo, nostalgici, scapigliati, spostati, falliti ecc., sono fondamentalmente inadatti a un rapporto normale con la società: in continuo urto con essa, e, nella fattispecie, con le sue convinzioni mondane, col suo tacito galateo di ipocrisie. Nessuno dei grandi comici del nostro tempo è un vero rivoluzionario: ma semplicemente un umanitario, un moralista, che, della società, indica i mali senza indicarne i rimedi. Il «ragazzine» che è in ogni comico non ne sarebbe capace.
Comunque resta un dato di fatto: in ogni comico vero del nostro tempo (e di tutti i tempi, del resto) c’è una profonda rivolta morale, che, se implica l’ingenuità inabile e improduttiva dell’infanzia, ne implica anche la bontà.
La bontà: ecco quello che manca totalmente in Sordi. Charlot ha fatto ridere tutto il mondo perché era buono; Harold Lloyd, Stan Laurel e Oliver Hardy hanno fatto ridere tutto il mondo perché erano buoni; Tati fa ridere tutto il mondo perché è buono. La Magnani – che tuttavia non si può dire una «comica», nel senso stretto della parola – è piaciuta a tutto il mondo, pur essendo così particolaristica-mente italica, perché è generosa, appassionata.L'arte_di_arrangiarsi
Alla comicità di Alberto Sordi ridiamo solo noi: perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo.
Sappiamo che Sordi è in realtà un prodotto non del popolo (come la vera Magnani) ma della piccola borghesia, o di quegli strati popolari non operai, come se ne trovano specialmente nelle aree depresse, che sono sotto l’influenza ideologica piccolo-borghese. Alberto Sordi, come Cioccetti, è stato educato in sacrestia, da piccolo ha fatto il chierichetto. Cresciuto, si è trovato a doversi adattare: non c’è stata soluzione di continuità morale: ogni atto, che il bambino onesto educato dal prete riproverebbe, è tacitato, è giustificato dalla necessità. Un malato ha la necessità di essere sano, e, preso da questa necessità improrogabile, non hatempo e modo di occuparsi dei mali degli altri. È questo infantilismo come malattia, diventato cattiveria, che commuove in Sordi noi italiani: possiamo perdonarlo, perché sappiamo tutto, cosa c’è dietro e sotto.
Ma fuori d’Italia non sono cattolici: sono protestanti, puritani, o sono dei cattolici rigorosi senza compromessi. Capisco come per pubblici simili sia difficile ridere su un modo di vita che è il peccato stesso, è il male stesso, senza rimedio, senza contraddizione. Essi non conoscono l’arte di arrangiarsi, o, se ne hanno sentore, la vedono molto più romanticamente. Tanta ferocia, tanta viltà è inconcepibile. Noi possiamo riderne, amaramente: ma a loro chi glielo fa fare?
Questa comicità di Sordi piccolo-borghese e cattolica, fondamentalmente senza nessuna fede, senza nessun ideale, non urta e non urterà mai la censura italiana: urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale, cioè la media dei pubblici francesi e anglosassoni.
Non vorrei che questa potesse parere una eccessiva «stroncatura» di Sordi: in fondo, probabilmente senza rendersene conto, il tipo che egli così intelligentemente e vividamente ha inventato, era necessitato fuori da lui, dalla società in cui egli vive in assoluta acribia. Per diventare un vero grande comico, «universale» (come si dice) gli ci vuole un po’ di senso critico: un po’ di cattiveria intellettuale, finalmente, dopo tanta cattiveria viscerale! C’è infatti la possibilità di inserire nel suo personaggio quel tanto di pietà, cioè di conoscenza di sé e del mondo, sia pure irrazionale e sentimentale, che gli manca. Egli deve essere meno ellittico, meno ammiccante: noi, che ci siamo in mezzo, lo capiamo subito, gli stranieri (cioè il mondo, cioè lo spettatore in assoluto), no. Egli deve rendere esplicita quell’estrema ombra di pietà che nel suo infantilismo pure permane e può commuovere, malgrado le mostruosità di cui è capace.La_grande_guerra
E dico che tutto questo è possibile perché due volte Sordi c’è riuscito: una volta per merito del dialogo, una volta per merito del regista. Intendo riferirmi a una particina indimenticabile, a una specie di «a solo» che Sordi ha eseguito nel Medico e lo stregone; e, soprattutto, alla Grande guerra. In questi due casi, finalmente, Sordi vive di due elementi, entrambi operanti: il Sordi bebé antropofago, cattivo, amorale, e il Sordi poveraccio morto di fame sostenuto suo malgrado da una forza morale, dalla pietà che in infinitesima parte sente e per il resto incute.
Se in Sordi entrasse definitivamente questa contraddizione, se egli capisse che non si può ridere se al fondo del riso non c’è della bontà – pur esercitata o repressa in un mondo nemico – la sua comicità finirebbe di essere uno dei tristi fenomeni della brutta Italia di questi anni, e potrebbe, nei suoi modesti limiti, contribuire almeno a una lotta riformistica e morale.

Le categorie gramsciane (“particolare”, “una lotta riformistica e morale” etc) sono totalmente in chiaro nello splendido tessuto della prosa di Pasolini, come pure l’analisi materialistico-storica della societa’: una vera delizia intellettuale. In progresso di tempo, il Sordi di cui parla PPP si sarebbe affrancato da questa stroncatura per mano di ben piu’ sofferte interpretazioni (si veda per tutti il film di Scola “Riusciranno i nostri eroi“): ma il tipo umano rappresentato dall’attore e’ ancora con noi.  Ancora agli inizi degli anni`80 Calvino poteva scrivere il suo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” cogliendo pienamente nel segno.
Mi chiedo che cosa scriverebbero oggi autori dotati della finezza psicologica di PPP o dell’intelligenza delle cose di Italo Calvino sulla societa’ italiana. Mi chiedo se la scomparsa di questo genere di analisi sia da imputare al mutamento “molecolare” della natura stessa della comunicazione (pubblica) o al discredito che codeste categorie (“particolare” etc) incontrano nel discorso pubblico. Piu’ probabilmente, la qualita’ stessa del dibattito intellettuale nel paese Italia e’ cosi’ vistosamente precipitata che l’uso stesso di simili – ma aggiornate – categorie  interpretative  (si pensi al lavoro dell’ultimo  Zygmut Baumann) risulta impervio. In fin dei conti, Pasolini era buon conoscitore di Eliade e Malinowski, della sociologia anglosassone, oltreche’ ovviamente della filosofia classica tedesca.

Chua-Rubenfeld: The Triple Package

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Historical inaccuracy aside, the ads for a variety of butter you could see in London few months ago was truly great – it stressed a point tripel_packagedeeply at variance with the liberal consensus. Of course ‘building empires’ is not exactly on the agenda of the democratic & liberal discourse: but that may still be the best way to introduce (and quickly review) an interesting book that has come out recently – to a host of acrimonious denunciations. Let us see what and why.
In ‘The Triple Package’1, tiger mom Amy Chua and her husband Jed Rubenfeld– both law professors at Yale – argue that  the success of all (census) groups that outperform the median American in terms of income is predicated on three traits that crucially run counter to today’s liberal thinking:
1. (personal) insecurity
2. superiority complex
3. impulse control
As regards 1) – insecurity means nurturing a deep-seated sense of unease towards his/her own personal achievements. The authors are fond of the intuitions of a subtle French observer: “American suffered, said Tocqueville, from a ‘secret restlessness'” (pg. 85).
As regards 2) – superiority complex, our culture, observe the authors, cannot even make passing reference to such obvious facts as that Jewish people (with 0.2% of world population) have amassed ca. 20% of all Nobel Laureates to this day, or that ‘Asians are now so overrepresented at Ivy League schools that they’re being called the ‘new Jews'” (pg. 7). That is not to say that they are superior indeed, but that they entertain a deep sense of superiority compared to other groups.
As regards 3) – impulse control (famously captured by the Stanford marshmallow test), its force lies in the fact that ‘Drive predicts accomplishment better than IQ’ (pg. 195).
The conclusion from all this is quite stark: the whole liberal educational project whiplash_imageappears then vastly overrated and (judging from the authors’ findings) clearly underperforming in the type of results it delivers.
What can we make of those suggestions? Discarding them as tautological – surely immigrants coming into US from the top percentile of the original societies, where cultural, social and economic capitals reinforced each other, would outperform most other people – does not appear intellectually honest. Surely the sample is biased, but cultural traits like those analyzed in the book seem to be sensible regressors on personal achievements. That begs of course the question: based on which metric? ‘Triple package cultures tend to channel people into conventional, materialistic careers’ (pg. 159).  In any event, pace Baruch Spinoza, who maintained that that certain social traits like greed or ambition can be irrational passions and not display of active -ie rational -behaviour 2,  those traits engender drive which translates into lust for the new & uncharted which propels our society forward.

On a more fundamental level, the book is a very intelligent variation on Max Weber’s ‘The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism‘ (indeed, the authors refer to it towards1529MartinLuther the end). ‘Christianity eccelled at teaching the poor to seek security in faith, love and salvation, not in wordly possessions. A theological revolution was required to bring the Triple Package into Christianity, and […] precisely such a revolution took place at the time of Reformation’ (pg. 185). This is quite a novel reading of Weber’s central thesis – interpreted as one of the first accounts of disproportionate group success. ‘Protestants success in America was a version of Triple Package success. The reason the Puritans toiled and saved (impulse control) was that they simultaneously believed they were special (superiority) and literally had something to prove (insecurity) at every moment of their lives’ (pg. 185).  Schuld is famously the same word – in Luther’s German – for debt and sin.

The choice of a metric by which to orient each one’s existence is surprisingly difficult:
the fact that our newly polytheistic world assigns such a huge premium to conventional, material targets & careers confirms on the one hand the authors’ central thesis – ranks do exist, judgements and comparison between individuals make sense – but betrays on the other hand a fundamental nervous breakdown: that of a half backed theory of modernity – whereby the liberation from old burdens has not accrued into a renewed -more powerful – vision of man. But here Chua & Rubenfeld’s book is out of its depth and so we leave this suggestion for more extensive discussion on another post.  

The conclusion, in any case, is very powerfuls and refreshing. We ought to thank the authors for their message of hope and generosity:

‘Triple Package driveness by definition makes it difficult to live a non-driven life. A simple, decent existence, – with no scrambling to climb any ladder, without caring whether anyone thinks you’re successfull enough – may be the most admirable life of all. But it is rarely available to people afflicted with the Triple Package’  (pg. 166).  But finally: ‘this cultural edge has its own price, exacting its own psychological toll, but it may be one of the most liberating and creatively productive places a person can inhabit’ (pg. 164).

Thanks again for your splendid book – tiger mom.


1. [ Chua, Amy; Rubenfeld, Jed. The Triple Package: How Three Unlikely Traits Explain the Rise and Fall of Cultural Groups in America. Penguin Press 1]
2.[ Ethica, IV, Prop. 44, Scolium]

Edward Wilson: ‘On Human Nature’

The book “On Human Nature” 1 by Harvard myrmecologist Edmund O. Wilson won the Pulitzer Prize (1979) in consideration of the deep questions it poses and the preliminary answers it tries to furnish.On_Human_Nature,_first_edition.jpg It revolves essentially around the idea of sociobiology – the attempt to apply a reductionist agenda to the social sciences and hence to link them with biology. The underlying assumptions are clear: Homo Sapiens is a mammal and for most of its evolutionary history has been charcaterized by behaviours learned and perfected as hunter-gatherer. The invention of agricolture ca. 10,000 years ago in the Fertile Crescent and the Industrial Revolution ca. 300 years ago have not fundamentally changed those deeply ingrained patterns. The first dilemma Wilson wants to discuss in the book is that ‘we have no particular place to go. The species lacks any goal external to its own biological nature’ (pg. 3). The second dilemma can be articulated in the following way: is human bahaviour controlled by the species biological heratige -and if so, does this biological heritage limit human destiny? Can science peer through the mist of explanations which do not possesst the correct level of abstraction and contribute to a better framing of the problems at stake?

The first dilemma is essentially a reassesment of the problem first raised by Nietzsche in his investigation on European Nichilism, the second is a way to chracterize a family of scientific answers to Nietzsche’s deep question (Gay Science, 3, Etwas fuer Arberitsame) whether science could one day be brought to the investigation of the human behaviour.

Wilson analyzes four of the elemental categories of behaviour:

  1. Aggression
  2. Sex
  3. Altruism
  4. Religion

Two of them (Aggression & Religion) are reviewed below

1. AGGRESSION

We already know a poetic expression of the problems Wilson addresses in this chapter: when Sam Peckinpah was filming in St, Burian, Cornwall, his infamous “Straw Dogs” or Stanley Kubrick was realizing “A Clockork Orange”, they were both coming to terms with the same problem – are human being innately aggressive? can the territorial imperative (and its contemporary offsprings, the rituals of modern property ownership) as a variant of aggressive behaviour be controlled?

In the experiment filmed below, John Calhoun showed how a peaceful ecosystem of rats was severly disrupted by the combined force of uncontrolled demographics and spacial confinement. Male aggresivity & female maternity patterns changed – triggering cannibalism, overactivity & huge increase of infant mortality.

As the above laboratory experiment (by now a classic in urban sociology) showed and as Wilson stresses in the book, biology can illuminate just how deeply ingrained human behavioral patterns are the result of vestigial responses to bygone ways of interaction with the surrounding environment. The example of the Mundurucu’ populatios of Brazil (pgg. 111ff) is just a case in point: ‘the Mundurucu’ populations were apparently limited by scarcity of high-grade protein, and they perfected head-hunting as the convention by which competition was diminished on the hunting ground‘. The conclusion is clear: ‘The learning rules of violent aggression are largely obsolete‘ (pg 119).

2. RELIGION

Coming from the frame of reference of scientific materialism, the deep current of Western thought that permeates all of the scientific enterprize, Wilson’s opening is very refreshing if sad – as the image shows. ‘Our schizofrenic societies progress by knowledge but survive on inspiration derived from the very beliefs which that knowledge erodes‘ (pg 172). skypereadings-button  In Genealogy of Moral, III,1, Nietzsche rightly said that ‘men would rather have void as purpose than be void of purpose‘. But the Enlightenement dogma that growth of scientific knowledge would progressively dispell religious superstitions is also criticized by Wilson – and rightlty so. From a sociobiological perspective, religions provide a way to organize the social structure of the group (or tribe or ethnic family etc), they mediate the needs of war and peace, by virtue of complex ceremonies and rites of passage they mobilize primitive societies in ways that are ‘directly and biologically advantageous‘ (pg. 180). Nothing is then left to cold and dispassionate analysis? Not so, as sience -according to W. – can now conquer religion as a object of investigation, in the sense that it can now shows whence religion (as a wholly material phenomenon) comes from. Science can now try to answer questions like the following: ‘Is the readiness to be [religiously] indoctrinated a neurologically based learning rule thath evolved through the selectoipn of clans competing one against the other?’ (pg. 184). When moreover he says: ‘Theology is not likely to survive as an independent intellectual discipline‘ (pg. 192), Wilson is opening a vista that has been later expanded by Francis Crick’s ‘neurotheology’ or by similar analysis by Daniel Dennett.

The conclusion – articulated in full force in the last chapter: ‘Hope’ is truly poetic. Its main message is: ‘make no mistake about the power of scientific materialism‘ (pg. 192). Modern life is surely but ‘a mosaic of cultural hypertrophies of the archaic behavioural adaptations‘ (pg. 196) but -refreshingly – ‘this circularity of the human predicament is not so tight that cannot be broken through an exercise of will‘ (ibidem). This is scientific humanism at its best I find.
A final remark. Wilson has an interesting suggestion:

‘I believe that a remarkable effect will be the increasingly precise specification of history. One of the great dreams of social theorists – Vico, Marx, Spencer, Spengler, Teggart and Toynbee, among the most innovative- has been to devise laws of history that can foretell something of the future of mankind. Their schemes came to little because their understanding of human nature had no scientific basis. It was […] orders of magnitude too imprecise. […] Now there is reason to entertain the view that the culture of each society travels along one or the other  of a set of evolutionary trajectories whose full array is contrained by the genetic rules of human nature.’ (pg. 207) .

In other words,  Wilson is hinting at a scientific framework which can come to grips with the problem of social necessity and the mechanistic interpretation of it. His message of hope  is surely needed, as the failure to make Kant’s practical reason tractable can precipitate the prediction of physicist Seth Lloyd: “any species stumped by an intractable problem does not cease to compute, but it would cease to exist”. As intractable problems, read for example the environmental one.

This book review is mirrored here as well – where its proper place in the bigger frame of PARADIGMS LOST can be better perceived.


1. [Edward O. Wilson, On Human Nature, Penguin Books 1995 (original Ed. Harvard University Press, 1978)1]

On Chomsky and Hobsbawm (cont’ned)

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Upon visiting the splendid mosaics in Villa Romana del Casale (Piazza Armerina), one is reminded very clearly of the intelligent remark made by Karl Marx  according to which work had no social relevance in the ancient world. Because of oversupply due to slave labour, no place for the creative activity of man was on display in the ancient world – there simply was no place for it.

Take now another of Marx’ great insights (from the ‘Grundrisse’, as quoted in George Lichtheim, ‘A Short History of Socialism’ pp. 100-101):

What appears as surplus value on the side of capital, appears on the workers side as surplus labor … beyond the immediate requirement for the maintenance of his existence. The great historic side of capital is to create this surplus labor, superfluous labor from the standpoint of mere use value, mere subsistence; and its historic destiny is fulfilled as soon as, in the one hand, needs [wants] have been so far developed that surplus labor beyond necessity [subsistence] has itself become a general need [want] … on the other hand, the general disposition to work [industriousness] has, through the severe discipline of capital … been developed into the general property [possession] of the new breed of men [ des neuen Geschlecht] – finally, when the development of labor productive forces … has reached the point where the possession or maintenance of societal wealth requires a diminishing quantity of labor time, and where the laboring society takes up a scientific attitude to the process of its progressive reproduction … where consequently the kind of work man does, instead of letting it be done by things on his behalf, has come to an end.

Again quoting Lichtheim (loc. cit. p. 101) ‘from the standpoint of the mature Marx, capitalism appears as a historically conditioned mechanism for developing society’s productive power to the point where the subordination of labor to capital, of living people to dead matter, will become unnecessary’. A splendid contribution on this direction, focusing in particular on the changing nature of ‘time’ in the upcoming industrial society is in the influential article by Edward P. Thompson “Time, Work-Discipline, and Industrial Capitalism” (1967).

The question is then: what can we do with Noam Chomsky’s remark about distributed, horizontal, vertically-free organization of social labour? The global supply chain that I hold in my hand when I use my Android – can we really do without the kind of pressure that capitalism extracts from the worker? the kind of productivity tyranny it imposes on the men and women composing the human mass it insists upon?

Marcello Veneziani & l’ “Illuminismo Radicale”

Ne ‘Il Giornale’ del 14 Maggio 2012, Marcello Veneziani articolava una riflessione veramente degna di nota. Voglio riprodurla nella sua interezza, per la forza e lucidita’ del suo argomento (link originale qui):

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Alla fine ha vinto Marx. Siamo tutti uguali: individualisti e nichilisti

Il comunismo reale e la sua politica sono stati battuti dall’Occidente.
Le profezie del «Capitale» però si sono avverate. Sul piano dei valori

Marx ha vinto e vive con noi. Non è una boutade o un paradosso, è la realtà. Il marxismo separato dal comunismo -e la sua utopia scissa dalla sua profezia – è lo spirito del nostro tempo. Viviamo in piena epoca marxista.

Non mi riferisco solo alla crisi economica presente né solo al fenomeno previsto da Marx ed ora effettivamente avverato della ricchezza concentrata in poche mani, con una minoranza sempre più ricca e ristretta e una maggioranza sempre più vasta e povera.

Dobbiamo rifare i conti con Marx, e non solo perché ci siamo formati in un’epoca – come scrive Dürrenmatt – in cui «essere marxisti era una specie di dovere» – un dovere che noi trasgredimmo. Ma soprattutto perché il marxismo impregna il nostro oggi. Scrive Marx nel Manifesto: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni, come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Contrariamente a quel che si pensa, il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato.

Non scardinò il sistema capitalistico, ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale. La società dei consumi, dei desideri e dei mondi virtuali ha realizzato, nella libertà, il compito e la definizione che Marx dava del comunismo: «è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». L’utopia comunista è stata realizzata a livello planetario, ma sul piano individuale e non collettivo, come invece pensava Marx. Nel segno dell’individualismo di massa e non del comunismo e della sua abolizione dello Stato, della proprietà privata o delle diseguaglianze. Non sconcerti questa lettura individualistica di Marx. Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo «è la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, economici e proprietari. Il giovane Marx onora un solo santo nel suo calendario: Prometeo, l’individuo eroico e liberatore. Uno dei primi scopritori dell’essenza individualistica che si celava dentro la buccia collettivista di Marx fu Louis Dumont in Homo aequalis.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione ha inverato l’uguaglianza e il livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia posto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha realizzato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame organico e naturale ha realizzato il prometeismo marxista nella sfera individuale; nella società libertina e permissiva ha inverato la liberazione marxiana dai vincoli famigliari e matrimoniali; e come Marx voleva, ha realizzato il primato della prassi sul pensiero. Il marxismo, fallito come apparato repressivo a Est, si è realizzato come radicalismo permissivo a Occidente, separandosi dal comunismo anticapitalista, messianico e profetico. E ora si realizza anche nell’Estremo Oriente, in Cina e Corea, nella forma del mao-capitalismo, il comunismo liberista.

La spinta ideologica del marxismo si condensa in forma di mentalità; la sua avanguardia intellettuale assume il controllo del potere culturale, come una setta giacobina che vigila sulla conformità al politically correct; mentre nei rapporti sociali ed economici, il marxismo si conforma alla società globale e neocapitalistica di massa. Di cui è stato in definitiva la Guardia Rossa, a presidio della rimozione della Tradizione. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal. Ha perso i toni violenti del marxismo – la cruenta lotta di classe e la dittatura del proletariato – lasciati alle rivoluzioni del Terzo Mondo e frange estreme d’Occidente; ma con essi ha perso anche l’anelito alla giustizia sociale e il radicamento nel proletariato e nella classe operaia. La società di massa dell’Occidente ha portato a compimento la previsione di Marx: la proletarizzazione dei ceti medi ma dopo l’imborghesimento del proletariato. La borghesia si universalizza come stile di vita e modello, ma il suo allargamento coincide col suo abbassamento di status socio-economico al rango proletario.

Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. Arrivo a dire che il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei «diversi».

Il marxismo resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente.

La ricostruzione di Veneziani e’ totalmente corretta e condivisibile la sua tesi, ma -almeno per chi scrive- non la sua opzione di valore. Perche’ quello che Veneziani dimentica e’ che il progetto marxiano era fin dall’inizio il progetto dell'”Illuminismo Radicale”, nella sua versione spinoziana (prima che marxiana) di democrazia radicale, pantesismo ateo, materialismo, emancipazione dell’uomo.

Jonathan Israel ricostruisce tutto questo molto bene nei suoi libri (vedi qui, per esempio). Per nostra fortuna, dunque, siamo tutti figli di quel grande progetto di emancipazione nato con Baruch Spinoza e proseguito con il materialismo marxiano, e Prometeo e’ veramente ‘il più grande santo e martire del calendario filosofico’, come il pensatore di Treviri scriveva nel 1841. Di nuovo e sempre con Goethe: ‘Sancte Spinoza, ora pro nobis’.

On Lanthimos’ “The Lobster” & eusociality

“What brought a single primate line to a rare level of eusociality?” asks Edward Wilson, the well known Harvard biologist in “The Meaning of Human Existence” (pg. 21).

Eusociality is the reason why Homo Sapiens, as a species, was able to conquer very difficult problems like an international monetary system, transnational corporations or, for that matters, dominion on Planet Earth.

Among many things, like a reflection on the kind of mundane peer-pressure that our society imposes on its members in terms of accepted rules for mating and reproduction, Yorgos Lanthimos‘ splendid “The Lobster” is a meditation on this sort of problems: why mammals -and in particular Homo Sapiens- do have eusociality.
It actually accomplishes that by a reduction ad absurdum argument – by showing what it means for a society not to possess it.

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Echoes of Buñuel -not only of Archibal de la Cruz but also and foremost of The discreet charm – are abundant. But the purpose of the film is less that of a social satire than of a dystopian meditation on patterns of sociability.
In either the claustrophobic forced in-mating of the hospice, or in the equally repulsive forced decoupling in the woods- the film seems to revolve around that single thread: what kind of society will we be inhabiting if we did not possess the mammalian sociability, but we were simply programmed to solve problems- and maybe be good at that.

Yuval Harari – in his wonderful book ‘Homo Sapiens’ (here Bill Gates on it) and even more in his ‘Homo Deus’- articulates the question: we are on the brink of offloading onto the cosmos some kind of intelligent life – non-organic  & design-based- which has no leeway for emotional intelligence and/or emotional resilience, no use for it. Machine intelligence.

Modern (neuro)science does not really know, but the default position is that consciousness and emotions are a biochemical computational infrastructure known to higher species only, like ‘the roar of the engine’ and as such are overrated in a cosmic perspective: think for instance to the prospect of colonizing other planets. Solaris did not possess emotions, but quite likely was able to solve intractable problems, maybe prove the Riemann hypothesis or adjust its own orbit by altering the gravitational pull (see Lem’s book).

But a world populated by purely optimum-searching automata would be very similar to the hospice inhabited by the people in the first half of ‘The Lobster’: Harari’s argument that this is a scary prospect rings visually true, but quite likely this is just another instance of our carbon chauvinism as species, to which I would add the eusociality chauvinism.

Practical reason as sorcery (ii): development economics

In recent years, there has been a resurgence of interest in the towering figure of Josif Stalin, whose footprint on the 20th century has been arguably the biggest of any world leader. ‘Young Stalin‘ of Simon Sebag Montefiore has rightly been awarded many prizes, as much uncomfortable its central tenet – JS was a supremely talented man, albeit an evil one- can be. In a forum, I stumbled upon the following witty remark:

“Stalin was a great ceo of ussr inc. fought and won inter management battle due to his superior strategy and vision. successfully defeated hostile takeover bid by german nazi inc ( with a little help from friends). cut lots of unproductive and underperforming fat. and really turned over inefficient and backward business into a world conquering juggernaut second only to great usa inc. a really great ceo and shining beacon for business community. “

Turning to more serious analysis, the early Soviet poster below, promoting industrialization, reads “Smoke of chimneys is the breath of Soviet Russia”:
it  gives an hint for another instance of the recurring theme of practical reason as sorcery (see here for the previous post).

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Let us start  from a remark by late Eric Hobsbawm in “Age Of Revolution 1789 -1848”, (pg 181):

“Of all the economic consequences of the age of dual revolution this division between the ‘advanced’ and the ‘underdeveloped’ countries proved to be the most profound and the most lasting. Roughly speaking by 1848 it was clear which countries were to belong to the first group, i.e. Western Europe (minus the Iberian peninsula), Germany, Northern Italy and parts of central Europe, Scandinavia, the USA and perhaps the colonies settled by English-speaking migrants. But it was equally clear that the rest of the world was, apart from small patches, lagging, or turning—under the informal pressure of western exports and imports or the military pressure of western gunboats and military-expeditions— into economic dependencies of the west. Until the Russians in the 1930s developed means of leaping this chasm between the ‘backward’ and the ‘advanced’, it would remain immovable, untraversed, and indeed growing wider, between the minority and the majority of the world’s inhabitants. No fact has determined the history of the twentieth century more firmly than this.”

Hobsbawm,  in “Age Of Extremes – 1914-1991″, (pg. 380), talks about the first Five Year Plan launched by J. Stalin in the following terms:

“Nevertheless, any policy of rapid modernization in the USSR, under the circumstances of the time, was bound to be ruthless …”

Stalin realized quite early on that the (world) revolution was not going to happen in the West & hence he unflinchingly (and brutally) followed the suggestions of the industrialists to steer through a policy of massive industrialization in one country.
How are we to judge the above remarks? Are they supported by empirical data?

Take old Alec Nove’s article, “Was Stalin really necessary?”:  his conclusion seems to be on the affirmative. Now take another set of researchers,  Anton Cheremukhin, Mikhail Golosov, Sergei Guriev, Aleh Tsyvinski (MIT): in the paper “Was Stalin Necessary for Russian Economic Development?”, they argue quite the opposite, seemingly pointing to the total uselessness of JS’s policies of rapid industrialization, against the loss of economic potential in the millions. (The paper above has been reviewed by Emanuele Felice: here)

In reality, the debate -even invoking notions of Pareto optimality in the allocation etc- would still be an ill-fit to the empirical data, because the concept of human society it is predicated upon cannot be clearly stated, but it lives in the foggy province of either an extrapolation from the present, or of a earthly ‘civitas dei’ which, along with similar messianic ideas, cannot have instantiation.

It seems that either some obscure notion of human freedom, happiness has to be invoked, – which is impossible – or the debate is reduced to sterile comaparison of time-series analysis, which by itself cannot do justice to the vastness of the events. The phrase :”One death is a tragedy, a million deaths is statistics”, also attributed to JS, is just a restatement of the same problem, that morality – so to speak- has a necessary scale, which is commensurate to the situation at hand. Entire popuulations can be displaced to make room for future Magnitogorsk or Norilsk, without the notion of human dignity to apply or make much sense. Those notions, so to speak, have a local domain of validity. Kantian universalism is rejected by the historical data in the ‘age of extremes’.